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Fondi interprofessionali, un sistema per incentivare la formazione e tutelare le categorie più deboli

Industria 4.0 non è un cambiamento, si tratta una vera e propria rivoluzione, che porta con sé novità dirompenti e impatta sulle competenze richieste ai lavoratori e sulle forme di trasmissione del sapere: competenze specialistiche, adattabilità e formazione adeguata sono la condizione per garantire occupabilità ai lavoratori. I Fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua, costituiti e gestiti dalla parti sociali, rappresentano oggi il sistema di regolazione e gestione della formazione continua nazionale e hanno il compito di intercettare e rispondere alla domanda sociale di formazione, cercando di prevenire l’obsolescenza delle competenze.

La sfida delle parti sociali (sindacato in primis) è cogliere la possibilità di innovazione che le nuove politiche formative offrono a favore della competitività delle imprese e dell’occupabilità dei lavoratori. Dalla funzione di regolazione del lavoro, le parti hanno l’opportunità di diventare attori privilegiati del governo dello sviluppo e contribuire alla crescita di un’economia di “via alta alla competitività”, basata sull’integrazione e sulla qualificazione delle risorse umane, sull’innovazione, sulla qualità dei prodotti, sulla crescita dell’economia della conoscenza e sul ruolo strategico della formazione per l’innalzamento della qualità del lavoro.

Istituiti con la Legge 388/2000, i Fondi interprofessionali sono organismi di natura associativa promossi dalle associazioni di rappresentanza delle imprese e dei lavoratori, che si alimentano con il contributo obbligatorio dello 0,30% sulla disoccupazione involontaria versato dalle imprese all’Inps. Un fenomeno di rilevanza significativa per estensione e importi: i sei principali Fondi interprofessionali autorizzati dal Ministero (Fondimpresa, For.Te, Fondo Fba, Fonarcom, Fondirigenti e Fondir), cui aderiscono cinquecentomila imprese, per sette milioni e centomila lavoratori impiegati, dispongono di un budget per pagare la formazione nel 2018 di quasi cinquecento milioni di euro.

La costituzione dei Fondi interprofessionali ha innescato un processo inclusivo e innovativo nel panorama delle politiche attive nazionali a favore del lavoro: alle parti sociali (datoriali e sindacali in modalità del tutto paritetica), il legislatore affida funzioni di indirizzo, gestione e monitoraggio del finanziamento dei piani formativi (aziendali, settoriali, territoriali o individuali). Si privilegia l’approccio bilaterale in tutte le fasi del processo formativo, con il fine di contemperare e soddisfare tramite la gestione dei piani formativi due esigenze storicamente conflittuali: il diritto al lavoro delle persone e la competitività delle imprese. Per comprendere meglio il portato innovativo dell’approccio bilaterale nella gestione dei Fondi interprofessionali, è necessario fare memoria circa il ruolo determinante delle parti sociali nello sviluppo dell’attuale sistema di formazione continua.

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta il sistema italiano inizia a recepire le prime riflessioni sul ruolo della formazione permanente maturate a livello europeo e i nuovi modelli concertativi che i sindacati europei stanno realizzando. Si fa strada la convinzione che la formazione continua possa essere considerata per la sua natura professionalizzante, come strumento di prevenzione dell’obsolescenza della professionalità dei lavoratori meno scolarizzati. La formazione non è più intesa come interesse solo delle imprese, ma viene considerata area di interesse comune tra impresa e lavoratore. Il dialogo sul tema e le trattative triangolari tra Governo e parti sociali si sviluppano alla fine degli anni Ottanta, dopo dieci anni in cui la concertazione era sostanzialmente centralizzata.

Dunque è proprio lo sviluppo del sistema concertativo e della pratica del dialogo sociale all’inizio degli anni Novanta alla base della creazione dell’attuale sistema di formazione continua: le associazioni di rappresentanza dei lavoratori e le associazioni di rappresentanza delle imprese iniziano a riconoscere che la qualificazione dei lavoratori è essenziale per garantire la competitività delle imprese.

Il segnale concreto rispetto al cambiamento in atto risale al 1993: l’Accordo Interconfederale del Gennaio 1993, oltre a riconoscere la qualificazione dei lavoratori come elemento essenziale per la competitività delle imprese, introduce formalmente la bilateralità come criterio di indirizzo e verifica per il sistema della formazione continua, e il successivo Accordo Triangolare del Luglio 1993, stabilisce di destinare alla formazione il già citato 0,3% contro la disoccupazione involontaria. L’accordo del 1993 rappresenta un punto di svolta, in quanto stabilisce che il metodo bilaterale costituirà lo snodo operativo del nascente sistema di formazione continua italiano.

Nell’attuale fase storica, in cui Industria 4.0 acuisce la già presente polarizzazione all’interno del mercato del lavoro, causando crescenti diseguaglianze a sfavore dei lavoratori con basso livello di scolarizzazione, che rischiano il deterioramento delle competenze e l’espulsione dal mercato del lavoro, la pratica del metodo bilaterale e la presenza del sindacato dovrebbero garantire maggiori equilibri e tutelare le categorie più deboli.

ottobre 2, 2018

1 responses on "Fondi interprofessionali, un sistema per incentivare la formazione e tutelare le categorie più deboli"

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